Ho letto un articolo su Andrea Santojanni: è un ragazzo di 19 anni che ha appena pubblicato il suo primo libro con la Feltrinelli. L'intervista mi ha messo una grande serenità perchè la sua storia ha qualcosa di stranamente magico. Lui ha scritto un romanzo, lo ha fatto leggere ad Erri De Luca durante un incontro in una libreria Feltrinelli di Napoli e poco dopo hanno deciso di pubblicare il suo libro. E' così che dovrebbe sempre andare il mondo, fuori da schemi paludati e strane routine. Scrivi qualcosa, qualcuno lo legge e altri decidono di pubblicarlo perchè hai fatto un buon lavoro. Fine.
Andrea ha risposto alle domande in modo lineare e puntuale. Un filo di rabbia mi è venuto quando gli chiedono come mai abbia scelto l'istituto professionale: "Quando facevo le medie ero un ragazzo molto chiuso, parlavo poco, mi tenevo tutto dentro. Allora i miei insegnanti hanno pensato che non avessi nulla da dire e mi hanno consigliato una scuola che mi avviasse a un lavoro. Invece ne avevo di cosa da dire e le ho tirate fuori".
E' terribile pensare che qualcuno non abbia nulla da dire. Lui qualcosa da dire ce l'ha. Bellissima la chiusa della sua intervista: spiazzante. Gli hanno chiesto se avesse punti di riferimento e lui ha detto di no, visto che non ci sono più i "Berlinguer" o "Che Guevara" di un tempo. Poi conlcude Oliviero chiedendo:
Ma non pensa che potrebbe essere una grande libertà non avere punti di riferimento, non dipendere da figure e poter inventare qualcosa di nuovo?
"La narrativa, come gli uomini, ha bisogno di punti fissi".
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